Donazione al femminile, costruire percorsi personalizzati. FIDAS al convegno CNS

4 Marzo 2026In istituzionali

La donazione di sangue al femminile in Italia tra welfare e medicina di genere“. Questo il tema del convegno tenutosi mercoledì 4 marzo nell’Aula Nitti-Bovet dell’Istituto Superiore di Sanità, promosso dal Centro Nazionale Sangue (CNS), al quale ha partecipato anche il Presidente FIDAS Nazionale, Giovanni Musso. Scopo dell’evento, accendere i riflettori sulla difficoltà, per molte donne over 30, di mantenere una donazione regolare nonostante una spiccata propensione al gesto solidale.

Secondo gli ultimi dati disponibili del CNS, infatti, le donne rappresentano circa il 34% dei donatori complessivi in Italia, una percentuale stabile ma inferiore rispetto a quella registrata in diversi Paesi europei. Un dato che evidenzia un divario di genere ancora significativo nel sistema trasfusionale nazionale. Molteplici le cause: fattori biologici, come anemia e carenza di ferro, eventi fisiologici quali gravidanza e allattamento, ma anche aspetti sociali e organizzativi, legati ai carichi di cura e alla conciliazione tra vita familiare e lavoro.

Nel corso del convegno sono state presentate relazioni scientifiche e ha avuto luogo una tavola rotonda tra esperti, rappresentanti istituzionali e associazioni del volontariato del sangue per approfondire le dinamiche sociologiche e cliniche che incidono sulla partecipazione femminile, illustrare le applicazioni della medicina di genere in ambito trasfusionale e presentare i risultati delle più recenti indagini conoscitive sulla donazione al femminile.

Un momento di confronto che ha messo al centro non solo i numeri – quel 3 su 10 di donne che donano – ma soprattutto le persone, le loro vite e la necessità di costruire degli iter capaci di accompagnarle, fase dopo fase, senza costringerle a rinunciare a un gesto di solidarietà che resta fondamentale per il Paese. Sono migliaia, infatti, le donne che dopo i 30 anni si scoprono più fragili nell’accesso alla donazione, non per mancanza di volontà, ma per ostacoli clinici e organizzativi che ne limitano la continuità nel tempo e che chiedono risposte nuove.

Solo capendo bene le dinamiche sociali e culturali – ha sottolineato il Presidente FIDAS Nazionale, Giovanni Musso – possiamo promuovere il dono in maniera efficace. Già nel 2012 all’interno della nostra Federazione ci eravamo posti questa domanda: perché la percentuale di donatrici rimane sensibilmente più bassa rispetto a quella degli uomini?

Per anni la donazione è stata raccontata come un gesto eroico e straordinario: una narrazione utile in una prima fase, ma che ha finito per allontanarla dalla quotidianità e renderla meno accessibile, incidendo anche sulla partecipazione delle donne. In Italia la media è di 1,8 donazioni all’anno per donatore, quindi meno di due. Una donna in età fertile può donare una volta ogni sei mesi, dunque fino a due volte l’anno, collocandosi pienamente nella media nazionale, nel rispetto dei limiti fisiologici. Questo dimostra che il divario non può essere spiegato solo da fattori biologici, ma anche da una storica minore attenzione alla promozione della donazione femminile e da elementi culturali.

Per questo FIDAS ha assunto un impegno concreto e continuativo e nel 2013 ha lanciato la prima campagna nazionale dedicata ‘Alle donne che amano la vita’, avviando un percorso per valorizzarne il contributo. Successivamente ha promosso nuove iniziative e cambiato linguaggio, fino alla campagna ‘Zero Eroi’, con cui ha voluto riportare la donazione alla sua dimensione autentica: un gesto normale, parte della responsabilità civica.

Oggi l’impegno è ancora più forte, anche alla luce del ruolo strategico del plasma e della necessità di rafforzare l’autosufficienza nazionale. Coinvolgere pienamente le donne, che rappresentano oltre il 51% della popolazione, non è solo una questione di equità, ma una condizione essenziale per la sostenibilità futura del sistema sangue. Continuiamo a lavorare in questa direzione perché se metà della popolazione non partecipa, il sistema non può dirsi davvero sostenibile”.

Nel corso dei lavori ampio spazio è stato dedicato anche alle buone pratiche. In particolare, è stata illustrata l’esperienza della Regione Toscana, che ha avviato azioni specifiche per agevolare i percorsi delle donatrici, con protocolli mirati di monitoraggio del ferro e una maggiore flessibilità organizzativa.

Presentato, inoltre, il modello della Francia, Paese con caratteristiche socio-demografiche simili all’Italia ma con una quota di donatrici sensibilmente più alta, grazie a campagne mirate e a una pianificazione attenta alle differenze di genere. La tavola rotonda conclusiva ha offerto, invece, una panoramica sulle strategie più efficaci per promuovere la donazione declinata al femminile nel volontariato del sangue, valorizzando il ruolo delle associazioni e il dialogo con le istituzioni.